La statuetta in bronzo rappresenta Nettuno, in preda alla collera, nell’atto di scagliare verso il basso il suo tridente; un mosso panneggio è avvolto sulla sua spalla destra e intorno ai fianchi e tra le gambe compre un delfino guizzante.
Si tratta di una replica, in formato ridotto, del Nettuno marmoreo che Gian Lorenzo Bernini aveva realizzato nel 1622 per la peschiera della Villa Negroni Montalto, demolita alla fine dell’Ottocento.
Il gruppo scultoreo, oggi conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, che è stato qui riprodotto con la variante del delfino, che sostituisce il Tritone presente nell'originale, era ispirato dall’episodio del diluvio scatenato da Giove, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi.
Non c’è accordo nella critica sull’identificazione dell’autore del piccolo bronzo, che per alcuni potrebbe appartenere alla cerchia berniniana e per altri essere un copista di ambito fiorentino.
Il dio del mare è raffigurato mentre incede in avanti e, col peso gravante sulla gamba destra, scaglia verso il basso il suo tridente. La capigliatura e la barba sono mosse, lo sguardo è collerico, il panneggio, mosso dal vento, è avvolto intorno alla spalla e scivola attraverso le gambe: tutto sembra suggerire che Nettuno sia stato raffigurato in un momento di intensa concitazione.
Il piccolo bronzo è una copia in formato ridotto e semplificata di un gruppo scultoreo eseguito da Gian Lorenzo Bernini nel 1622 per il cardinale Alessandro Peretti Montalto, che lo collocò nella grande peschiera della sua villa, demolita alla fine dell’Ottocento per fare posto alla stazione Termini di Roma.
La scultura traeva ispirazione dalle Metamorfosi di Ovidio (I, 240-415), dove si descrive la collera di Giove che, per punire gli uomini per la loro corruzione, scatena un diluvio, mentre suo fratello Nettuno percuote la terra col tridente per farne scaturire acqua. Quando sulla terra rimangono soltanto Deucalione e Pirra, incorrotti e pii, in grado di dare origine a una rinnovata stirpe umana, Giove placa la sua ira e Tritone, suonando la conchiglia, sancisce la fine del diluvio. Le due figure del gruppo venivano così a rappresentare due momenti successivi dell’episodio: l’effetto terribile dell’ira divina e il suo placarsi foriero di salvezza, che echeggiano inevitabilmente l’episodio biblico del Diluvio Universale (Schütze, in Bernini scultore, 1998, pp. 174-175).
La profondità del panneggio e il ricco chiaroscuro del volto trovavano una giustificazione nella collocazione del prototipo marmoreo all’aperto, alle prese con l’abbagliante luce del sole romano. La presenza, nel bronzetto, di un delfino a sostituire il Tritone che soffia nella conchiglia e della roccia a sostituire la valva su cui i due protagonisti erano collocati in equilibrio nella peschiera, indebolisce la drammaticità della scena raffigurata. Tale caratteristica e la semplificazione di alcuni dettagli sono dovute principalmente alla difficoltà tecnica di ridurre il modello in così piccole dimensioni.
Considerato da Voss una copia (1910, p. 385), e dal Muñoz (1916, pp. 108-109) una variante del Bernini stesso di qualche anno successiva all’originale, per il De Rinaldis il bronzetto potrebbe essere frutto di una prima idea dello stesso scultore (1948, p. 209), mentre secondo Faldi si tratta di una replica posteriore della stretta cerchia berniniana (1954, p. 43). Per Schütze, infine, è da considerarsi una delle tante copie delle opere berniniane, prodotte – raramente da un prototipo dell’artista – per tutto il Seicento per i collezionisti e per motivi di studio, e diffuse principalmente in ambito fiorentino (Montagu, 1996, pp. 6-7).
La statuetta proviene dalla Collezione Corsini, di cui facevano parte numerosi esemplari di bronzetti fiorentini, cui essa risulta accomunata dal trattamento delle superfici e dalla caratteristica patina scura. Questo ha fatto avanzare l’ipotesi di un’attribuzione a Giovan Francesco Susini, che peraltro nel 1639 aveva eseguito una copia dell’Ermafrodito restaurato dallo stesso Bernini per i Borghese (Schütze, in Bernini scultore, 1998, p. 176). Il tridente, rubato nel 1947, fu successivamente rifatto, identico all'antico (Faldi, 1954, p. 43).
Sonja Felici