Originariamente raffigurante un Dioniso/Bacco nudo e d’aspetto giovanile, la statua venne restaurata e integrata come Apollo Citaredo, nudo e stante sulla gamba destra, con la sinistra leggermente flessa e portata all’indietro e la testa volta a sinistra, verso la mano che regge la lira. La testa, caratterizzata da una acconciatura con capelli annodati a fiocco sulla sommità del capo, propone una iconografia attestata sia per Dioniso che per Apollo, sebbene non si possa escludere una originaria appartenenza a una statua iconica connotata come Venere. Sia la resa del torso,dalle ampie forme carnose, che la testa suggeriscono una datazione nel II sec. d.C.
La statua è forse riconoscibile nell’ “Apollo con la lira” segnalato già da Domenico Montelatici nel primo recinto della Villa nel 1700. Restaurata nel 1828 da Francesco Massimiliano Laboureurvenne poi collocata nella sala II, dove tutt’oggi è esposta.
La statua è forse riconoscibile nell’ “Apollo con la lira”segnalato da Domenico Montelatici nel primo recinto della Villa nel 1700. Sicuramente tale iconografia contraddistingueva già la scultura nel 1828, quando venne affidata allo scultore Francesco Massimiliano Laboureurper il restauro, in vista dell’allestimento della nuova collezione nel Casino, depauperato dalla massiccia vendita delle opere a Napoleone Bonaparte (Moreno, Sforzini 1987, p. 361). Nel 1832 Antonio Nibby la ricorda esposta nella sala in cui tutt’oggi si trova, al di sopra dell’ara funebre di M. Ulpio Eliadio.
Originariamente raffigurante un Dioniso/Bacco, dio dell’ebrezza, caratterizzato da ampie forme carnose e da grossi riccioli ricadenti sulle spalle, la statua venne restaurata eampiamente integrata come Apollo Citaredo, nudo e stante sulla gamba destra, con la sinistra leggermente flessa e portata all’indietro e la testa volta a sinistra, verso la mano che regge la lira.La statua Borghese rappresenta un prodotto tipico dei canoni del restauro applicati sin dagli inizi del 1600 per cui un torso antico veniva recuperato e talvolta completamente trasformato, così come avvenne per altri due torsi di Dioniso conservati rispettivamente a Palazzo Lancellotti ai Coronari (inv. SAR n. 23) e nella collezione Giustiniani (inv. 12/00083051), in entrambi i casi integrati con teste non pertinenti (Candilio 2008, pp. 149-151, n. 3; Buccino 2001,pp. 216-17, n. cat. 12).
La testa dell’esemplare Borghese è caratterizzata da una acconciatura con capelli annodati a fiocco sulla sommità del capo, con notevoli somiglianze con l’esemplare Lancellotti, secondo una iconografia attestata sia per Dioniso sia per Apollo, sebbene non si possa escludere una originaria appartenenza a una statua iconica connotata come Afrodite, come suggerirebbero i grandi occhi sporgenti (Moreno, Viacava 2003, p. 184).
Per quanto concerne il torso, esso può senz’altro essere ricondotto a un Dioniso nudo, d’aspetto giovanile, soggetto ricorrente nella produzione scultorea romana. Tra le tante versioni, l’atteggiamento delle braccia, il forte inarcamento del fianco destro – determinato dall’originario appoggio a un sostegno laterale –la spalla sinistra abbassata eil ritmo molle e sinuoso rimandano al tipo “Madrid-Varese” le cui sculture eponime si trovano rispettivamente al Museo del Prado (inv. E 87; Schroeder 2004, pp. 239-243; Schroeder 2009,196-198, n. 20) e a Villa Pogliaghi, noto anche come “tipo Richelieu”, dall’esemplare al Louvre (inv. MA 87; Gasparri 1986, pp. 435-36, n. 122). L'immagine divina si rifà a un modello antico, riconducibile allaproduzione tardoclassica e all'ambito dello scultore Prassitele o, secondo altri, a quello di Timotheos. Dioniso non si presentava come protagonista di una specifica narrazione mitologica, ma come immagine divina di bellezza giovanile, benefattore dell'umanità per i suoi doni, l’uva e il vino; per tali ragioni il modello in esame fu spesso utilizzato in età romana nella plastica ideale a fine decorativo, ampiamente diffuso in ville private e impianti termali pubblici quale espressione dell’otium, della vita serena dedita ai piaceri. Le numerosissime raffigurazioni note, contraddistinte da minime varianti, non permettono di ipotizzare un sicuro prototipo comune, evidenziando piuttosto una grande libertà dei diversi scultorinel trattare il soggetto, suggerendo che questaraffigurazione della divinità sia piuttosto una creazione di età romanadi carattere classicistico. Sia la resa del torso sia la testa suggeriscono una datazione nel II sec. d.C., coerentemente con il periodo di massima diffusione delle repliche note del tipo.
Jessica Clementi