Il dipinto rappresenta un'interessante testimonianza della produzione ritrattistica di Jacopino del Conte, artista fiorentino attivo a Roma al servizio delle famiglie più in vista della città. Apprezzato da papa Paolo III Farnese, lavorò soprattutto per i Colonna e gli Orsini. A quest’ultimi, infatti, è legato il ritratto in esame, recentemente identificato con quello di Francesca di Bosio Sforza di Santa Fiora, vedova di Girolamo Orsini e madre di Paolo Giordano. Tale riconoscimento è stato possibile grazie al confronto con una replica del quadro, conservata presso palazzo Sforza Cesarini a Roma, in cui compare un’iscrizione con il nome.
Salvator Rosa (cm 126 x 99 x 8,5)
Roma, collezione Borghese, 1693 (Inventario 1693, Stanza VIII, n. 45: Della Pergola 1959); Inventario 1790, Stanza IX, nn. 7-8; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 36. Acquisto dello Stato, 1902.
La provenienza di questo dipinto è tuttora ignota. L'opera, infatti, è attestata in collezione Borghese solo a partire dal 1693, elencata nel relativo inventario come "un quadro di 5 palmi in Pietra di Lavagna un ritratto di una Donna del n. 704 con cornice dorata di fra' Bastiano del Piombo" (Inv. 1693). L'attribuzione a Sebastiano del Piombo, ripetuta negli elenchi fidecommissari (1833) e sostenuta da Bernard Berenson (1904), fu mutata nel 1790 (Inv. 1790) in favore del Bronzino, nome accettato da Adolfo Venturi (Id. 1893) ma rifiutato da Federico Zeri che nel 1948 propose quello di Jacopino del Conte (Zeri 1948).
L'assegnazione del ritratto Borghese al catalogo del pittore fiorentino, prontamente accettata da Hofmeister (1954), convinse Paola della Pergola che nel 1959 pubblicò il quadro come opera autografa di Jacopino, parere accettato unanimemente da tutta la critica (cfr. Longhi 1967; Vannugli 1992; id. 1998; Stefani 2000; Hermann Fiore 2003; Ead. 2006) e mai più messo in dubbio. Di recente, in un saggio su Leonardo Grazia, pittore pistoiese attivo tra Lucca, Roma e Napoli, Michela Corso (Ead. 2018) ha proposto di avvicinare la lavagna in esame alla produzione dell'artista toscano, parere condiviso anche da chi scrive (Iommelli 2022).
Il primo tentativo nel riconoscere la dama qui ritratta si deve ancora a Paola della Pergola (1959). La studiosa, infatti, sulla base del confronto con un quadro attribuito a Tiziano conservato presso il Museo Nazionale di Budapest (Wethey 1971; Hochmann 1995), identificò la figura con Vittoria Farnese, moglie di Guidobaldo II della Rovere duca di Urbino. Tale ipotesi, accolta nel 2003 da Kristina Hermann Fiore e da lei stessa riconfermata qualche anno dopo (Ead. 2006), non convinse però Antonio Vannugli (1992) che, al contrario, propose di identificare la nobildonna con Livia Colonna, idea corroborata dalla somiglianza della dama Borghese con una stampa pubblicata a corredo delle Rime di diversi ecc. autori in vita e in morte dell'ill.ma S.a Livia Colonna, volume edito a Roma nel 1555. Ma recentemente, in seguito al rinvenimento di una replica del ritratto Borghese, conservata in palazzo Sforza Cesarini a Roma, in cui accanto alla gentildonna compare un cartiglio col suo nome, entrambe le ipotesi sono definitivamente da scartare. Non c'è alcun dubbio, infatti, che la dama raffigurata sia Francesca di Bosio Sforza di Santa Fiora, madre di Paolo Giordano I - poi sposo di Isabella de’ Medici - e vedova, come allude anche il velo, di Girolamo Orsini, morto nel 1540.
Il supporto utilizzato, analogo al perduto Ritratto di Giulia Gonzaga, già di collezione Borghese (inv. 79), col quale questo ritratto è da sempre associato e con cui condivide le stesse misure, lascia immaginare la loro comune provenienza da una medesima collezione, forse parte di un nucleo più ampio raffigurante ritratti di donne belle e famose, realizzati - come è noto - da artisti di grande fama e riprodotti in serie per le collezioni più importanti dell'epoca. Secondo chi scrive (Iommelli 2022), potrebbero provenire dalla raccolta di Camilla Orsini, vedova di Marcantonio Borghese, rinchiusasi dopo la morte del marito in un convento romano. La donna, infatti, nipote di Paolo Giordano I Orsini, potrebbe aver ricevuto in eredità il ritratto della sua lontana parente, un modello di virtù per le sfortunate vedove dell'epoca e per questo a lei molto caro.
Per quanto concerne la sua datazione, nel 1970 Cheney propose di collocarlo intorno al 1546, parere in parte accettato da Kristina Hermann Fiore (2003) che ha allargato la forbice temporale fino al 1560, avvicinando di fatto il presente ritratto alla coeva produzione del Bronzino.
Antonio Iommelli