La scultura mostra una figura femminile in movimento, nella quale può riconoscersi un’immagine di Artemide. La testa, tuttavia, non è pertinente al corpo. Il ritratto è cronologicamente anteriore e si può ascrivere a un personaggio privato rappresentato nelle vesti della dea, come lascia intendere la falce lunare luna scolpita sulla fronte. L’inserimento di una testa-ritratto, di carattere privato, trasforma questo peculiare tipo iconografico, detto dell’Artemide Colonna, in una statua iconica. Integrata in epoca moderna, la scultura antica è opera di una officina romana urbana di età imperiale. La raffigurazione iconografica del corpo replica, variandone l’impostazione, un modello ben attestato in diversi esemplari e derivante da un originale greco del IV secolo a.C.
Collezione Borghese. Inventario Fidecommissario Borghese 1833, C, p. 42, n. 24. Acquisto dello Stato, 1902.
La scultura rappresenta una figura femminile in movimento, a grandezza naturale, con indosso un chitone manicato, un peplo dorico e sandali ad alta suola. L’impianto iconografico, la posa, lo slancio creato dall’incedere in avanti, che genera il peculiare andamento delle pieghe del panneggio, piccole e fitte sul busto, più larghe e profonde tra le gambe, la forma del peplo attraversato da una fascia diagonale, che ricorda il balteo della faretra, sono tutti elementi che consentono di riconoscere il tipo dell’Artemide Colonna, così definita dal noto esemplare di Berlino, proveniente dalla Collezione Colonna.
La testa è antica, ma non è pertinente al corpo, come suggerisce anche la sproporzione dimensionale rispetto all’altezza dell’intera figura. Per le caratteristiche stilistiche e i dettagli della capigliatura al ritratto, di carattere privato e attribuibile a una matrona di alto rango, può assegnarsi una cronologia risalente rispetto alla statua. Il volto mostra una donna anziana, dall’ovale morbido e dall’acconciatura che riprende la moda diffusa da Marciana e Matidia, rispettivamente sorella e nipote di Traiano. Può quindi ritenersi consona una datazione intorno al 115 d.C. Nella statua, invece, lo stile, i segni del trapano e il trattamento della superficie marmorea lasciano ipotizzare un inquadramento cronologico verso la metà del III secolo d.C. (circa 250 d.C.).
In questa versione il modello iconografico di riferimento, replicato anche da un’altra copia in Collezione Borghese, anch’essa esposta nel Salone in posizione simmetrica rispetto alla porta (inv. LII), è reso con alcune varianti. La posizione del braccio sinistro, infatti, non è sollevato nel gesto di estrarre una freccia dalla faretra, come di consueto nel tipo, bensì resta teso lungo il busto. Nell’abbigliamento si nota un chitone manicato al di sotto del peplo, che nell’iconografia della dea, invece, lascia scoperte le braccia. Assente è infine l’attributo della faretra, solo citata dal balteo che attraversa il petto generando le caratteristiche pieghe del peplo sul busto e accentuando l’impressione di movimento. Quest’ultimo aspetto, unito alla presenza del chitone di norma indossato dalle matrone, lascia pensare che la scultura sia stata originariamente concepita come una statua iconica, nella quale l’immagine della divinità è ideologicamente adattata ai fini dell’autorappresentazione privata del prestigio sociale e del rango. Coerente, dunque, sembra essere stata la scelta del restauratore moderno, ma non meglio precisabile, di inserire un ritratto matronale. Risultato di una integrazione moderna sono anche gli avambracci e gli attributi. Di restauro sono, inoltre, il braccio destro, il piede sinistro e la parte anteriore del plinto, alcune pieghe lungo le gambe, il collo e l’orlo del panneggio sulle spalle. Questi restauri sono stati eseguiti con cura, a imitazione della tecnica antica. Non può escludersi che, al pari dell’inserimento della testa, possa trattarsi di interventi risalenti al primo allestimento in collezione. All’intervento conservativo eseguito nel 1995 si deve la rimozione delle varie stuccature in gesso, che risarcivano fessurazioni, lacune e giunzioni tra gli inserti.
La resa del panneggio consente di accostare questa variante all’Artemide tipo Colonna dei Musei Vaticani (Braccio Nuovo). Proprio dalla replica Vaticana il restauratore moderno sembra aver tratto ispirazione per la postura delle braccia.
Il modello iconografico adottato dallo scultore antico gode di ampia fortuna nel mondo romano ed è ben attestato in diversi esemplari di età imperiale (Amelung I, pp. 106-108). L’archetipo deriva da un originale in bronzo, variamente attribuito alla scuola di Policleto (360 -350 a.C.) o di un maestro attico (340 -330 a.C.) anticipatore delle tendenze dell’arte ellenistica.
Nell’Inventario del Fidecommesso Borghese del 1833 la scultura è registrata al n. 24, come già esposta nel Salone (p. 42).
Clara de Fazio